Coronavirus: il virus della paura

Scitto da il 2 Mag 2020 in News |

  Il coronavirus non provoca solo tosse e crisi respiratorie, ma anche una battaglia con la nostra psiche. In questo momento si sta scardinando il nostro modo di vivere. Le nostre abitudini e le nostre certezze  sono venute a mancare: il fatto di andare al bar, al ristorante o in ufficio, dal passare una giornata al mare o al parco, il confronto diretto con colleghi e amici. Siamo in cattività, nella contraddizione e dissonanza cognitiva di desiderare il contatto, ma avere paura di essere infettati per essere veicolo di morte. Ci troviamo tra le quattro mura casalinghe col pericolo fuori dalla porta, nella totale incertezza, ad avere a che fare con le nostre risorse. Al massimo con quelle del partner. Mette in luce quanto abbiamo avuto la capacità di conoscerci e di far compagnia a tutte le parti di noi, anche a quelle che normalmente non si mostrano più di tanto in pubblico, come paura, ansia, sgomento, egoismo… Se siamo stati bravi a prenderci cura del nostro bambino interiore, nel riprendere in mano le ferite che ci hanno fatto male in passato per trovare delle soluzioni e superarle. O se nel rimuoverle per non sentire il bisogno d’amore che c’era dietro, abbiamo creato come meccanismo di difesa delle corazze caratteriali. Tutti quanti stiamo vivendo una frattura verso ciò che avevamo prima. Viviamo nella sofferenza e nell’incertezza del domani. C’è chi ha perso una persona cara, chi il lavoro, l’opportunità di socializzare, il denaro. Nel primo caso, avendo affrontato ed elaborato, vuoi l’abbandono o il tradimento, sapremo trovare più facilmente la strada per venire fuori da questo incubo. Nel secondo, cascano le maschere che non hanno permesso di farlo. Si starà ancora più male perché ci dovremo confrontare con le angosce da cui siamo sempre scappati, coltivando distrazioni e false manifestazioni di forza e successo laddove ci sentivamo più deboli.  Questo è  il momento della verità, tutti dovremo specchiarci con noi stessi e non con le maschere che abbiamo adottato in famiglia, in società, con il partner. E’ impossibile trovare delle vie di fuga tra le quattro mura domestiche con tutto quello che sta accadendo. Una volta caduti i veli, ci troveremo peggiori di come credevamo. Siamo tutti pieni di autoinganni. Ora però non possiamo più manipolare noi stessi e gli altri nel mascherarci da finti felici, nel circondarci di cose che ci dicono che sta andando tutto bene. Ora siamo costretti a stare col nostro malessere. Non possiamo più raccontare a noi stessi che siamo coraggiosi e grintosi mentre stiamo tremando ad aspettare il ritorno a casa di un nostro caro dall’ospedale per la dialisi o che non vogliamo relazioni quando ne sentiamo una mancanza immensa. Il virus non...

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Hikikomori, il nuovo disagio giovanile è arrivato anche in Italia

Scitto da il 15 Ott 2018 in News |

Hanno tra i 14 e i 25 anni e non studiano né lavorano. Non hanno amici e trascorrono gran parte della giornata nella loro camera. A stento parlano con genitori e parenti. Dormono durante il giorno e vivono di notte per evitare qualsiasi confronto con il mondo esterno. Si rifugiano tra i meandri della Rete e dei social network con profili fittizi, unico contatto con la società che hanno abbandonato. Li chiamano hikikomori, termine giapponese che significa “stare in disparte”. Nel Paese del Sol Levante hanno da poco raggiunto la preoccupante cifra di un milione di casi, ma è sbagliato considerarlo un fenomeno limitato soltanto ai confini giapponesi.“E’ un male che affligge tutte le economie sviluppate – spiega Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, la prima associazione nazionale di informazione e supporto sul tema – Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila: c’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di auto-escludersi”.Le ultime stime parlano di 100mila casi italiani di hikikomori, un esercito di reclusi che chiede aiuto. Un numero che è destinato ad aumentare se non si riuscirà a dare al fenomeno una precisa collocazione clinica e sociale.Associazioni come Hikikomori Italia ormai da anni stanno facendo il possibile per sensibilizzare l’opinione pubblica intorno ad un disagio che viene troppo spesso confuso con l’inettitudine e la mancanza di iniziativa delle nuove generazioni. Un equivoco che ha trovato terreno fertile nel dibattito politico, legislatura dopo legislatura, fornendo stereotipi come “bamboccioni”, definizione coniata nel 2007 dall’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, o “giovani italiani choosy” (schizzinosi) dell’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero, fino ad arrivare al mare magnum dell’acronimo Neet, i ragazzi “senza studio né lavoro”, che secondo un sondaggio dell’Università Cattolica del 2017 sarebbero 2 milioni in tutta la Penisola. Anche dal punto di vista medico l’hikikomori soffre di una classificazione nebulosa. Nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), la “Bibbia” della psichiatria, è ancora iscritto come sindrome culturale giapponese: un’imprecisione che tende a sottostimare la minaccia del disagio nel resto del mondo e che crea pericolose conseguenze. “Molto spesso viene confuso con sindromi depressive e nei peggiori casi al ragazzo viene affibbiata l’etichetta della dipendenza da internet” – spiega Crepaldi – Una diagnosi di questo genere normalmente porta all’allontanamento forzato da qualsiasi dispositivo elettronico, eliminando, di fatto, l’unica fonte di comunicazione con il mondo esterno per il malato: una condanna per un ragazzo hikikomori”.   Come si diventa hikikomori? L’ambiente scolastico è un luogo vissuto con particolare sofferenza dagli hikikomori, non a caso la maggior parte di loro propende per l’isolamento forzato proprio durante gli anni delle medie e...

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“Madre apprensiva, ansiosa: un legame invalidante tra madre e figlio”

Scitto da il 21 Mag 2017 in News |

    “Sotto una campana di vetro non si vive”   L’amore più importante per una donna-madre è quello materno che si esprime nel nutrire, proteggere il bambino e dargli tutte quelle attenzioni che gli serviranno a filtrare il mondo esterno. Tra le varie modalità proteggere il figlio vi è anche quello di cercare di prevenire e presentire ciò che potrebbe danneggiare o far male al bambino; la madre fa naturalmente tutto ciò, proprio perché tra le dotazioni che la maternità porta con sé vi è anche quella di “sintonizzarsi” in anticipo e di sviluppare una sorta di “coscienza diffusa” che permette di cogliere tra le tante sfumature, quelle che servono a preservare il proprio cucciolo. Ci sono però madri che vanno ben al di là di tutto questo; vivono costantemente quella fase simbiotica che in teoria dovrebbe esistere fino al 6 mese di età del proprio bimbo, in cui realmente il bebè non riconosce il proprio “Io” da quello della mamma e la sua vita e la sua sopravvivenza dipendono dalle cure e dalla presenza materna. Apparentemente non ci si sarebbe niente di male nel voler proteggere i proprio figli a tutti i costi, ma qui stiamo parlando di mamme che non hanno ben chiaro in mente la suddivisione tra la loro identità e quella dei loro figli. Di conseguenza, sviluppano ansia ed apprensività eccessive tali da bloccare le possibilità del bambino, a maggior ragione quando si appresta ad esplorare il mondo, toccando e sperimentando tutto ciò che gli capita a tiro. Certo è che questa donna sviluppa delle antenne abnormi che, anziché segnalare pericoli reali, finiscono per segnalare quelli inesistenti che però hanno uno straordinario peso ai suoi occhi. In questo modo la madre finisce per proiettare sul figlio paure ed apprensioni che sono sue e, in questo strano gioco, non resta all’interno dei suoi confini ma si confonde pienamente con il figlio, mandandogli messaggi contorti che lo bloccano nel fare le esperienze che invece gli sono necessarie per crescere. Ma che cosa proietta sul suo bambino? Di solito la fragilità, la vulnerabilità e il senso di impotenza che le fa credere che lui non sia sufficientemente strumentato per affrontare la vita, e, contemporaneamente le consente anche di pensare che lei invece sia onnipotente e forte al punto da salvaguardarlo da qualunque difficoltà della vita. Queste donne spesso fanno anche funzioni che invece dovrebbero fare i figli: infatti, nel percepirli costantemente troppo gracili ed incapaci di crescere, queste madri si sostituiscono ai figli anche in quei piccoli doveri quotidiani che potrebbero favorire lo sviluppo del senso di responsabilità necessario per l’autonomia. In questo modo, anziché considerarlo una persona separata da lei che gradualmente sta affrontando la vita...

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Ansia e depressione: gli effetti dei social….”Instagram è il peggiore”.

Scitto da il 21 Mag 2017 in News |

“Come se fosse un circolo vizioso: quando otteniamo i ‘Like’ che fortemente desideriamo non ci sentiamo affatto meglio né facciamo passi avanti. Anzi, sembrerebbe verificato il contrario: più dipendiamo dai clic altrui più abbiamo scarsa fiducia in noi stessi” Un’indagine britannica della Royal Society for Public Health su un gruppo di giovani fra i 14 e i 24 anni sostiene che la piattaforma di Kevin Systrom sia la più deleteria per la salute mentale. Dall’altro capo della classifica YouTube. I SOCIAL NETWORK fanno male? Ci risiamo. Stavolta è niente meno che la Royal Society for Public Health britannica, insieme allo Young Health Movement, a sondare il terreno e piazzare sul banco degli imputati Instagram. Secondo un’indagine svolta su 1.479 giovani fra i 14 e i 24 anni (ma solo nel Regno Unito) la piattaforma di condivisione foto e video, arricchitasi negli ultimi mesi di numerose funzioni come le Storie, sarebbe la peggiore per quello che riguarda la salute mentale. E d’altronde, a dirla tutta, non è neanche una novità visto che da anni finisce ciclicamente sotto accusa per la sua natura, in grado di costruire con gli hashtag più diversi e criptici nicchie di contenuti problematici e disturbanti, da quelli proanoressia fino ai più complessi fenomeni giovanili di autolesionismo. Stavolta però la faccenda sembra diversa. Fra le cinque piattaforme sottoposte alla valutazione del campione (le altre erano Facebook, Twitter, Snapchat e YouTube) quella fondata da Kevin Systrom è stata indicata come la peggiore in termini di effetti sulla salute e sul benessere psicologico. Il giudizio è in realtà più sfumato e per certi versi appare perfino contraddittorio: mentre Instagram ha raccolto punteggi elevati in termini di promozione della propria identità, quindi un’app positiva per l’espressività, è anche percepita negativamente per quanto riguarda ansia, depressione e per la celebre Fomo, la “fear of missing out”, la sindrome da esclusione che getta le persone nel panico quando sono disconnesse e non possono seguire costantemente gli aggiornamenti in bacheca.Dall’altra parte della breve classifica si piazza invece YouTube che, mentre non creerebbe problemi sotto l’aspetto emotivo, di consapevolezza di se e della costruzione di una comunità, non sarebbe invece il massimo per il sonno. Ma la notizia è ovviamente quella di Instagram: un altro studio, stavolta firmato dall’American Academy of Pediatrics e pubblicato all’inizio dell’anno, aveva già sottolineato come la pressione di rappresentazioni poco realistiche del corpo e il clima di continua festa ed esaltazione promosso da profili molto popolari, seguiti da milioni di utenti, potrebbe stimolare depressione e soprattutto peggiorare condizioni di disagio preesistenti. “È interessante notare che Instagram e Snapchat, i peggiori in classifica per il benessere e la salute, siano entrambe piattaforme che ruotano intorno all’immagine e sembra che possano...

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