15 abitudini che causano la depressione

Scitto da il 18 Set 2016 in News |

“La depressione è vivere, in un corpo che combatte per sopravvivere, con una mente che cerca di morire” Ci sono piccole scelte che facciamo ogni giorno che possono influenzare il nostro stato d’animo più di quanto si possa immaginare soprattutto se siamo maggiormente predisposti. Perciò, è molto importante sapere quali siano i fattori che possono contribuire a peggiorare la depressione. E forse, la cosa più sorprendente è che spesso si tratta di abitudini quotidiane che possiamo tranquillamente cambiare.   1.Essere troppo stressati Lo stress è sempre dannoso e, contrariamente alla credenza popolare, non genera solo ansia, ma può anche causare la depressione. Lo stress costante provoca un aumento nei livelli del cortisolo, un ormone i cui livelli sono insolitamente elevati nelle persone depresse. Questo ormone provoca irritabilità, danneggia la memoria e genera una sensazione di fatica e stanchezza; sintomi tipici della depressione. 2. Privarsi del sonno Le persone affette da depressione hanno spesso difficoltà a dormire, è abbastanza comune che si sveglino nel bel mezzo della notte e che non riescano a riprendere sonno. Tuttavia, è stato anche riscontrato che le persone che soffrono di disturbi del sonno come l’insonnia, sono più suscettibili allo sviluppo dei sintomi depressivi. Parte della risposta si trova nella melatonina, un ormone che regola il nostro ciclo del sonno, e che si vede alterata quando è presente la depressione. Infatti, è stato recentemente scoperto che alcuni sintomi della depressione scompaiono quando la gente assume melatonina. 3. Seguire una dieta sbagliata Il cibo che consumiamo nella nostra dieta quotidiana influenza il nostro metabolismo e, con il tempo, può intensificare alcuni stati emotivi. Infatti, è stato dimostrato che gli alimenti contenenti zucchero raffinato, carboidrati semplici e grassi idrogenati, possono aggravare la depressione causando irritabilità e stanchezza. 4. Relazionarsi con persone negative Uno dei passi più importanti per uscire dalla depressione consiste nell’imparare a ristrutturare i pensieri negativi. Vale a dire, sostituire con delle idee positive quelle credenze che ci fanno sentire male e influenzano negativamente la nostra autostima. Tuttavia, se ci si circonda di persone tossiche e negative, questo compito sarà molto difficile.Le persone tossiche sono quelle che si lamentano sempre di tutto, che non vogliono assumersi le responsabilità delle proprie azioni e pensano che la maggior parte delle cose non abbia alcun valore. Ovviamente, queste relazioni servono solo per confermare le nostre convinzioni, ma non ci aiutano ad uscire dal buco nero della depressione. 5. Utilizzare troppo i social network I social network ci fanno sentire meno soli, ma in realtà sono una lama a doppio taglio. In effetti, appaiono spesso nuovi studi che ci avvertono dei pericoli di siti come Facebook, perché possono aumentare il rischio di isolamento sociale e, in una persona con...

Entra

Terapia di coppia: gli effetti devastanti della violenza verbale

Scitto da il 16 Set 2016 in News |

La violenza verbale nasce quando la comunicazione è asimmetrica. Quando si litiga in due, uno è sempre più agguerrito dell’altro e si comporta come se durante la discussione non esistesse nessun colpo proibito. Più nello specifico, ci sono persone che durante le discussioni pensano alle conseguenze delle loro parole, e altre che invece liberano tutta la rabbia che hanno dentro come se quel momento fosse scollegato da tutto il resto. Questa dinamica della comunicazione è particolarmente evidente nelle coppie. A differenza di altri rapporti, come ad esempio quello tra capo e sottoposto o tra genitore e figlio, la relazione tra due che si amano deve essere simmetrica. Sulla carta la parola di lui vale quanto la parola di lei e viceversa. Proprio perché partono sullo stesso piano, le conseguenze di non pensare alle conseguenze di quello che si dice sono devastanti. Se l’altro decide di abbandonare la conversazione, è proprio a causa di questa devastazione. Le persone che usano la violenza verbale durante le discussioni sono in grado di cogliere i punti deboli dell’altro e usarli come arma. Questa abilità, in questo caso usata nel modo più scorretto, non nasce dal niente ma è frutto di uno sguardo attento e indagatore sul mondo. Sono persone curiose, attente e molto intelligenti. Pagano il prezzo della loro fragilità. Chi attacca, verbalmente o fisicamente, lo fa perché si sente minacciato, è una risposta istintiva che fa parte della nostra storia genetica e biologica. C’è chi per attaccare ha sviluppato i muscoli e chi invece ha rinforzato il cervello. La persona attacca verbalmente, quando lo fa ha la mente annebbiata, sa dove colpire per far male e lo fa a casaccio, senza alcuna progettualità. La sua mente ribolle dentro e si chiude a riccio per escludere il mondo esterno. Non c’è niente che puoi dire che lo farà calmare, vuole solo ferirti. Riassumendo, chi attacca verbalmente: – Ha un’elevata intelligenza speculativa – È una persona molto fragile – Fatica a controllare gli impulsi Chi c’è dall’altra parte della barricata? Che tipo di individuo è quello che sopporta le urla isteriche e violente di un’altra persona? Sono le persone introverse, quelle che appena qualcuno alza la voce perdono interesse per la conversazione. Osservano quasi sbigottiti la rabbia che esplode davanti a loro ma non si azzardano a toccarla. Dentro la testa non vedono l’ora che quel teatrino privo di contenuti finisca. Riconoscono quanto di vero c’è nelle parole ascoltate grazie alla loro capacità di introspezione. Se così non fosse resterebbero sopraffatti dagli elementi emotivi del discorsi, quelli di rabbia. Non rispondono perché mentre vengono insultati, pensano ai pro e i contro di quella relazione. La scelta se continuare o no quella relazione dipende da...

Entra

Dismorfofobia: la fobia del proprio aspetto

Scitto da il 27 Gen 2015 in Letture Consigliate, News |

La dismorfofobia è un disturbo decisamente moderno poiché è legato al crescente sviluppo del senso estetico come fenomeno sociale e all’evoluzione della chirurgia estetica. La medicina estetica in sè è certamente una cosa buona, utile e preziosa, ma l’uso eccessivo o improprio può renderla decisamente dannosa o pericolosa. E’ proprio quello che succede quando ci troviamo davanti una persona che si fissa su una pecularietà estetica che rifiuta, che vive come un tormento in grado di scatenare reazioni di panico al solo incrociare uno specchio o uno sguardo indiscreto, e ripone nella chirurgia estetica le sue speranze di superare il problema. Nella maggioranza dei casi il difetto estetico o non esiste affatto o è davvero trascurabile. L’idea di avere un difetto estetico è soltanto una fissazione mentale, il più delle volte legata a problemi di relazione con gli altri e a una profonda insicurezza. La mente si aggrappa all’ illusoria speranza che tolto il difetto estetico come per miracolo tutto si risolverà. Si da così inizio ad una serie di interventi chirurgici correttivi, mai risolutivi, che alimentano la patologia psichica del soggetto. Anche per la dismorfofobia la soluzione si trasforma in un nuovo problema che richiede una nuova soluzione, la quale costruisce un ulteriore problema e così via in una escalation che spesso conduce a effetti concreti davvero tragici, con reali deformità prodotte dalla serie di interventi. Ciò che rende inevitabile questa catena di eventi è il fatto che dapprima il disformofobico, sulla scia della propria convinzione, tende a isolarsi dal contatto con gli altri per evitare la sofferenza e le crisi di panico scatenate dal sentirsi osservato e giudicato. Chiede disperatamente aiuto ai familiari e propone loro quella che per lui è l’unica soluzione del suo problema e della sua sofferenza. Il dismorfofobico generalmente rifiuta la psicoterapia, essendo convinto di avere un reale difetto estetico e non una sbagliata percezione di sè; spesso giunge in terapia solo a disastro compiuto.   Letture consigliate: Nardone, G.; Portelli, C. (2013), “Ossessioni, compulsioni, manie: la terapia in tempi brevi”, Ponte alle Grazie, Milano Nardone, G. (2003), “Non c’è notte che non veda il giorno”, Ponte alle Grazie, Milano CONTATTIAMI PER UN PRIMO COLLOQUIO RISERVATO Il tuo nome (richiesto) La tua email (richiesto) Il tuo messaggio Ho letto l’informativa Privacy e acconsento al trattamento dei miei dati personali per le finalità ivi...

Entra

Cos’è l’attacco di panico e come funziona.

Scitto da il 21 Gen 2015 in Letture Consigliate, News |

“Immaginate di essere soli in mezzo a tanta gente, sentite la vostra mente sfuggirvi. Il cuore impazzito, la gola si riempie di aria e vi soffoca, la testa come sul ciglio di un precipizio oscilla di vertigine. La paura dilaga in voi, volete fuggire ma non si può fuggire da se stessi, dalle proprie sensazioni. La paura vi avvolge, vi strangola, cercate di controllarla ma è lei che controlla voi. Vi sembra di impazzire e di morire al tempo stesso. Benvenuti nel mondo del panico.”   L’attacco di panico puo’ essere definito la forma estrema della paura. Si tratta di una reazione messa in moto dalla percezione attraverso i nostri sensi o da immagini mentali che coinvolgono tutto l’organismo. Tutti i parametri utilizzati per misurare l’attivazione dell’organismo come battito cardiaco, ritmo respiratorio, sudorazione, vanno alle stelle. Solitamente è proprio questa rapida escalation di eventi che porta alla sensazione di perdita totale di controllo. Il fobico cerca continuamente di controllare o evitare le situazioni nelle quali si può scatenare l’escalation dalla paura al panico, ed è proprio questo tentativo di controllo che conduce alla perdita di controllo. La persona intrappolata nella paura patologica, tenta di limitarne gli effetti mettendo in atto una serie di scelte che finiscono per complicare ulteriormente il problema e gli effetti del disturbo. I due tipici copioni fondamentali che la persona mette in atto sono: tendenza a evitare le situazioni associate all’attacco di panico. Se una persona associa la paura dell’attacco di panico a una situazione (es. luoghi affollati,treno,macchina) di solito tende a evitarla. Ma il fatto stesso di aver evitato la situazione temuta conferma sia la sua pericolosità, sia la sensazione di incapacità del soggetto, aumentando la paura della volta successiva. Ciò significa che ogni evitamento ne prepara uno successivo, fino a costruirsi una catena di situazioni evitate che porta l’individuo alla completa incapacità di esporsi a situazioni ritenute come minacciose. E’ proprio fuga dopo fuga che si produce una sfiducia generalizzata del soggetto rispetto le proprie risorse, così egli eviterà sempre di più di esporsi fino alla totale inazione. Il secondo copione che la persona mette in atto nel tentativo di risolvere il problema è la richiesta di aiuto. La costante e reiterata richiesta di aiuto alle persone ritenute fidate sino alla totale dipendenza da altri individui. Il soggetto che ha completamente perso la fiducia nelle proprie capacità di fronteggiare le situazioni che ritiene critiche addossa ad altri la responsabiltà di aiutarlo, intervenendo nel caso di un attacco di panico o rassicurandolo per prevenire l’innescarsi del fenomeno. Se la persona procede per qualche mese con questa sequenza circolare di tentativo di controllo delle proprie reazioni-richiesta di aiuto e protezione -evitamento delle situazioni minacciose, giungerà...

Entra

Informativa Privacy - Cookie Policy