Coronavirus, il virus della paure

Il coronavirus non provoca solo tosse e crisi respiratorie, ma anche una battaglia con la nostra psiche.

In questo momento si sta scardinando il nostro modo di vivere. Le nostre abitudini e le nostre certezze  sono venute a mancare: il fatto di andare al bar, al ristorante o in ufficio, dal passare una giornata al mare o al parco, il confronto diretto con colleghi e amici. Siamo in cattività, nella contraddizione e dissonanza cognitiva di desiderare il contatto, ma avere paura di essere infettati per essere veicolo di morte. Ci troviamo tra le quattro mura casalinghe col pericolo fuori dalla porta, nella totale incertezza, ad avere a che fare con le nostre risorse. Al massimo con quelle del partner.

Mette in luce quanto abbiamo avuto la capacità di conoscerci e di far compagnia a tutte le parti di noi, anche a quelle che normalmente non si mostrano più di tanto in pubblico, come paura, ansia, sgomento, egoismo… Se siamo stati bravi a prenderci cura del nostro bambino interiore, nel riprendere in mano le ferite che ci hanno fatto male in passato per trovare delle soluzioni e superarle. O se nel rimuoverle per non sentire il bisogno d’amore che c’era dietro, abbiamo creato come meccanismo di difesa delle corazze caratteriali.

Tutti quanti stiamo vivendo una frattura verso ciò che avevamo prima. Viviamo nella sofferenza e nell’incertezza del domani. C’è chi ha perso una persona cara, chi il lavoro, l’opportunità di socializzare, il denaro. Nel primo caso, avendo affrontato ed elaborato, vuoi l’abbandono o il tradimento, sapremo trovare più facilmente la strada per venire fuori da questo incubo. Nel secondo, cascano le maschere che non hanno permesso di farlo. Si starà ancora più male perché ci dovremo confrontare con le angosce da cui siamo sempre scappati, coltivando distrazioni e false manifestazioni di forza e successo laddove ci sentivamo più deboli. 

Questo è  il momento della verità, tutti dovremo specchiarci con noi stessi e non con le maschere che abbiamo adottato in famiglia, in società, con il partner. E’ impossibile trovare delle vie di fuga tra le quattro mura domestiche con tutto quello che sta accadendo. Una volta caduti i veli, ci troveremo peggiori di come credevamo. Siamo tutti pieni di autoinganni. Ora però non possiamo più manipolare noi stessi e gli altri nel mascherarci da finti felici, nel circondarci di cose che ci dicono che sta andando tutto bene. Ora siamo costretti a stare col nostro malessere.

Non possiamo più raccontare a noi stessi che siamo coraggiosi e grintosi mentre stiamo tremando ad aspettare il ritorno a casa di un nostro caro dall’ospedale per la dialisi o che non vogliamo relazioni quando ne sentiamo una mancanza immensa. Il virus non risparmierà nessuno. Verranno fuori anche gli eventuali altarini di coppia. Chi utilizzava bugie come alibi perché non aveva nessuna voglia di impegnarsi nel rapporto o in famiglia, verrà stanato da manifestazione di idiosincrasie e conflittualità. Ma la realtà stava già accadendo, era solo nascosta.

Al di là del male che ci sta facendo, può essere un’opportunità di cambiamento. Perché abbiamo quel famoso tempo per conoscerci, per scavarci dentro, analizzare le nostre reazioni e capire da dove derivano, perché siamo così, se veramente ciò che siamo è solo ciò che ci è stato insegnato o quello che vogliamo davvero. Potremo metterci umilmente a chiacchierare con il/la nostro/a bambino/a interiore, soprattutto se è stata trascurato/a e se non è mai stato/a risollevato/a.

L’accettazione del dolore. Si troveranno male tutte quelle persone, che non hanno più dimestichezza o addirittura hanno strutturato nel tempo dei meccanismi di rifiuto attivo e ormai automatico della sofferenza. E’ dalle lacrime che si riparte, per sciogliere e far rinascere in sequenza oasi, laghi, fiumi e mari di gioia.

Tornando a scrivere manualmente. Aiuta a scavarci dentro e ha una doppia funzione. Perché se da una parte è come se si fosse in relazione con qualcuno, anche se in realtà c’è solo un foglio, dall’altra ci mette nella condizione di essere completamente autentici. Possiamo sfogare la rabbia e il dolore senza imbarazzo, senza la paura di essere giudicati. Ci permette di ‘vomitare’ quello che è troppo forte e indigesto. Inoltre mentre utilizziamo le mani per scrivere, accendiamo i centri della corteccia cerebrale, dove hanno sede gli aspetti razionali della nostra personalità. E’ come una psicoterapia.

Cerchiamo poi di sintonizzarci con qualcosa che sta nascendo e crescendo. E’ un salvavita. Può essere un bambino, un’idea, un progetto. Se non si ha nulla da coltivare, ci si può mettere a trovare un nuovo lavoro in rete.

Dobbiamo aver cura e interagire con qualcosa che cresce, innamorandocene, ci dà il senso della rinascita, dell’evoluzione, del cambiamento in positivo. Nel XXI secolo ci siamo un po’ scordati che la morte esiste, l’abbiamo tutti un po’ rimossa. La pandemia, invece, ce la sta sbattendo in faccia. Ma dobbiamo prendere coscienza che non è solo una cosa negativa, perché solitamente la reazione alla morte è correre alla vita. Io sono ottimista. Questa tragedia innescherà un salto evolutivo. Ci troveremo tutti diversi, in un mondo migliore.